Il Movimento degli studenti di Bologna ha deciso di presenziare in massa all'apertura del processo sui fatti di marzo cominciato ieri mattina. Fin dalle 8 molti giovani, da soli e in gruppetti, hanno raggiunto piazza del Tribunale riunendosi quindi sull'aiuola antistante il portone di Palazzo Baciocchi. Poi hanno cominciato ad entrare, attraversando i numerosi « filtri » predisposti dalle autorità. Un primo cordone degli agenti di Ps chiudeva l'ingresso al Tribunale ed eseguiva un primo controllo di chi voleva entrare. Borse e zaini venivano aperti e perquisiti. I documenti di identità erano indispensabili per poter accedere all'aula della Corte d'assise d'appello dove si teneva l'udienza. Chi era senza carta d'identità, è rimasto fuori: molti di questi giovani hanno quindi improvvisato un sit-in nell'aiuola senza peraltro impedire la circolazione degli automezzi. In tutto circa un migliaio di aderenti al Movimento era presente in Tribunale.
Un secondo controllo di carabinieri è stato sistemato all'inizio dello scalone che conduce all'aula. Un terzo controllo a metà scalone regolava l'accesso, permettendo l'ingresso solo a piccoli gruppi per volta. Un quarto controllo infine sul pianerottolo: i documenti di identità venivano nuovamente guardati, le borse aperte, i giovani perquisiti e « passati » attraverso il «metal-detector» l'apparecchio-spia di eventuali armi.
Verso le 9 l'aula era già gremita e così pure lo scaIone. A fatica i carabinieri e i funzionari di Ps riuscivano ad arginare la massa che chiedeva di poter raggiunge- re l'aula. Lo « spingi-spingi » è durato fin verso mezzogiorno, quando l'uscita di numerose decine di giovani ha permesso il « ricambio » all'interno dell'aula. Durante queste ore, c'è stato anche qualche momento di tensione, dovuto proprio alle lunghezza delle operazioni di «filtraggio ». « Ma in aula c'è posto », hanno gridato per diverso tempo circa duecento giovani «ingorgati » lungo lo scaIone che hanno poi intonato alcune canzoni e inni dell'ultrasinistra.
Per placare gli animi e far cessare la confusione, il vice-questore dottor Rossi ha infilato la fascia tricolore e fatto schierare un altro contingente di carabinieri sulla scalinata. Rossi ha invitato i giovani a essere « sereni e tranquilli », spingendone poi via un paio che non intendevano andarsene. Qualche scambio di battute fra la folla e i carabinieri, qualche parola grossa, ma in complesso un clima abbastanza sereno.
In aula, i giovani del Movimento hanno assistito in silenzio a tutto lo svolgersi dell'udienza. Una breve contestazione a base di fischi e risate è venuta quando il Presidente del Tribunale, Giovanni Abis, ha spiegato che limitare l'accesso in aula era dovuto a motivi di ordine pubblico e che non era possibile permettere a tante persone di Partecipare all'udienza, anche per « eventuali presenze di provocatori ». Altra contestazione alla fine dell' udienza quando Abis ha letto l'ordinanza con la quale si negava la libertà provvisoria ai cinque giovani ancora detenuti: il Movimento ha risposto con fischi e urli in segno di protesta. A questo riguardo Marco Boato di Lotta Continua ha dichiarato che questa decisione « è una pura provocazione nei confronti di un Movimento che ha mostrato responsabilità in aula ».
Verso le 13, Raffaele Bertoncelli, uno degli imputati, ha letto un documento firmato dai cinque detenuti, nel quale si afferma (facendo riferimento ad alcuni volantini formati da sedicenti « Nuclei combattenti comunisti » trovati giorni fa nella zona universitaria e inneggianti alle Br) che costoro « hanno tentato di prendere spunto pretestuosamente dal processo ai fatti di marzo per imporre la loro folle linea Politica », definita « pratica » di sciacallaggio e di prevaricazione in netto contrasto con i contenuti e i valori politici espressi dal Movimento di Bologna », Con questo documento, gli imputati, a nome dei Movimento, hanno inteso prendere le distanze da chi, rifacendosi alla lotta armata, cerca di « inserirsi » e « togliere di fatto al Movimento gli spazi di agibilità politica che tanto duramente si era conquistato ».
Una contestazione è venuta, in apertura del processo, anche da parte dei fotocineoperatori allontanati bruscamente prima dall'aula e quindi dal pianerottolo. Alcuni difensori, a proposito dei fotografi, avevano addirittura parlato di « schedature » del pubblico. In un documento firmato da quasi tutti i giornalisti presenti (Ansa, Resto del Carlino, Repubblica, RaiTv, Manifesto, Avanti, Lotta continua, Unità, Paese Sera) e inviato al Presidente del Tribunale, questo veto viene contestato perché « oltre che ledere gravemente il diritto all' informazione, comporta gravissimi equivoci per gli stessi cinefotoperatori additati quali collaboratori di polizia e carabinieri ». Al presidente Abis è stata dunque avanzata la richiesta di permettere l'accesso in aula ai fotografi e agli operatori tivù almeno nei primi cinque minuti di udienza.
Quando verso le 15 gli imputati in stato di arresto (Benecchi, Bonomi, Bertoncelli, Zecchini e Collina) sono stati caricati sul cellulare per essere riportati a San Giovanni in Monte, i loro compagni li hanno attesi nel cortile del tribunale, salutandoli con pugno chiuso e scandendo slogan.
(Carlino Bologna, 11 aprile 1978)