Aldo Moro è stato assassinato
Il corteo della Democrazia Cristiana
Roma. 10 maggio 1978

IL PRIMO ATTO della tragedia si è concluso nel modo più atroce: un cadavere crivellato di proiettili, avvolto in un fagotto di coperte, abbandonato sul sedile di un'auto a pochi metri dalle sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista. In questo modo, dopo 55 giorni d'attesa e d'agonia, le Br hanno restituito il corpo di Aldo Moro.
L'emozione di queste ore è immensa ed a rendere il dramma ancora più cupo c'è quel comunicato della famiglia che suona come una condanna disperata contro il governo e il partito, colpevoli di non aver accettato l'ultimatum dei terroristi. Nessun lutto nazionale — gridano nel loro dolore i familiari di Moro — nessun funerale di Stato, nessuna cerimonia pubblica, nessuna medaglia alla memoria, ma solo silenzio.
Giuseppe Saragat, dal canto suo, interpretando le reazioni d'una parte della pubblica opinione, ha detto: « Accanto al suo cadavere c'è anche il cadavere della prima Repubblica che non ha saputo difendere la vita del più generoso uomo politico del nostro paese ». E' proprio così? La prima Repubblica muore insieme a Moro per mano delle Brigate rosse?
Altri, nelle stesse ore, formula propositi d'indiscriminate rappresaglie; per le strade s'è inteso parlare di giustizia sommarla contro i detenuti della banda Curcio e non mancava qualche fascista che davanti a piazza del Gesù, ostentando il "saluto romano" incitava i democristiani a vendicarsi su Berlinguer.
Emozioni e parole incontrollate in questi primi momenti così gravi sono comprensibili. Ma i problemi che ci sovrastano sono tali da richiedere da parte dì tutti al tempo stesso calma e fervore, freddezza e passione civile.
IL PRIMO tema è quello della concordia nazionale. Questo governo e questa maggioranza erano nati per amministrare una situazione d'emergenza, ma l'emergenza di ieri era nulla di fronte a quella attuale. Non si chiede una forzosa unanimità, ma si chiede che gli egoismi e i calcoli di partito cedano il passo al dovere verso il paese.
Il secondo tema è quello della risposta efficace ai criminali del terrore. Abbiamo sfatato purtroppo quanto sia stata impari l'organizzazione delle forze della sicurezza pubblica, dei servizi d'informazione e d'investigazione, della magistratura inquirente. Gli apparati dello Stato non erano evidentemente preparati ad uno scontro di questo livello. Ora — sia purea prezzo di sangue innocente — abbiamo imparato di quale natura sono gli avversari che abbiamo di fronte. Ogni sforzo dev'esser fatto per colmare il ritardo e dotare lo Stato di mezzi adeguati di prevenzione e di repressione.
Questi mezzi, proprio perché debbono essere efficaci, vanno usati nell'ambito della legge e dello stato di diritto. La caccia alle streghe è di solito Il modo con cui i governi deboli cercano di mascherare la loro impotenza. Dopo uno smacco di queste proporzioni può dunque emergere la tentazione d' una risposta indiscriminata. Finora governo e partiti sono riusciti ad evitare un simile errore. E' augurabile che perseverino su questa linea.
Ma la vera lotta contro il terrorismo si deve svolgere su un altro terreno. E' evidente  infatti che nello scontro fisico e nella caccia dell'uomo sull'uomo i criminali hanno inevitabilmente la meglio su chi combatte In nome della legge e con le armi della legge.
Occorre dunque affrontare Il male alle radici. E le radici affondano nella disaffezione dalle istituzioni, nel discredito che le circonda, nella difficoltà di molti a riconoscersi in esse e in loro difesa combattere. E affondano anche in un'economia fatta più di sperperi che di lavoro produttivo, più di assistenza che di creazione di ricchezza.
Quello che Saragat teme e che taluno forse si augura, che cioè il 9 maggio le Br ci abbiano consegnato il cadavere della prima Repubblica, può diventare realtà solo se tutti insieme non affronteremo l'opera di rifondare la prima, quella nata dall'antifascismo, dalla Resistenza e dall'unione delle forze democratiche. Al di fuori di quest'obbiettivo non c'è che l'avventura e la guerra civile.

(Eugenio Scalfari, la Repubblica 10 maggio 1978)

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foto n. 1677


 

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About Enrico Scuro

Enrico ScuroNato a Taranto nel 1952, vive e lavora a Bologna.